TUNISIA: RISCHIO DI REGRESSIONE SOCIALE.L'ASSEMBLEA COSTITUENTE NEGA L'UGUAGLIANZA DEI SESSI. DONNE SUL PIEDE DI GUERRA

TUNISIA: RISCHIO DI REGRESSIONE SOCIALE.L'ASSEMBLEA COSTITUENTE NEGA L'UGUAGLIANZA DEI SESSI. DONNE SUL PIEDE DI GUERRA

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Le stagioni si alternano non è una novità, e dopo la l'entusiasmo della primavera, proprio nel cuore dell'estate arrivano i primi segnali d'autunno. Quello che sembra aver colpito il nord Africa è un “vento” rigido che soffia in gran parte del Maghreb, in particolare in Tunisia, che poco ha a che fare con le condizioni meteo: ad agosto infatti, in pieno Ramadan, un'improvvisa perturbazione ha colpito il genere femminile e si è temuto che potesse spazzare via liberta e diritti acquisiti. L'articolo 28 della nuova Costituzione, approvato dalla commissione diritti e libertà dell'Assemblea costituente - grazie ai voti dei deputati di Ennahda, partito islamista che domina la coalizione al potere – ha stabilito infatti che "lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarità all'uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all'uomo nello sviluppo della Patria". In sintesi, la donna non è più "uguale" ma diventa "complementare" all'uomo. Un duro colpo alla dignità femminile ed il rischio di una deriva fondamentalista. La protesta è immediata: numerose associazioni di donne tunisine sono sul piede di guerra e scendono nuovamente in piazza a manifestare per chiedere il ritiro della bozza della nuova Carta costituzionale che sembrerebbe negare quell’uguaglianza dei sessi voluta nel 1957, dall’allora presidente Bourguiba. Gli slogan paarlano chiaro: "Il Paese non torna indietro", “La donna è il simbolo della Tunisia” e “Non toccate i nostri diritti”.
All'indomani della rivoluzione dei Gelsomini che ha deposto il presidente Ben Ali si scatena dunque la bufera perchè si teme che questo sia solo il primo passo per tornare a una società patriarcale. In pericolo vi è un principio fondamentale della democrazia, la parità fra donne e uomini. «L'Assemblea intende sopprimere il principio di uguaglianza dei sessi e rifiuta totalmente i diritti delle donne, inferendo un duro colpo alla loro cittadinanza», affermano organizzazioni come Amnesty International e l'Associazione tunisina delle donne democratiche. Pronta la retromarcia: «c’è stato un fraintendimento – dichiara Mehezia Labidi-Maiza, vicepresidente dell'Assemblea costituente e deputato del partito islamista – nessuno intende mettere in discussione l’emancipazione femminile». Sarà, ma il timore sorge spontaneo considerato anche quello che sta accadendo in un'altro paese “caldo”, l'Egitto, dove negli stessi giorni, una giornalista ha condotto il Tg con il velo. E' la prima volta che accade nella storia della tv di Stato, che, sotto il regime del deposto presidente Hosni Mubarak, vietava i copricapo islamici.
La più grande manifestazione dell’opposizione contro il governo guidato da “Ennahda”, i Fratelli Musulmani tunisini, segna un punto a favore dei laici nella battaglia tra progressisti e ultraconservatori che infiamma il Paese dalla cacciata di Ben Ali. Il rischio regressione non riguarda solo la questione femminile ma l'intero “modello sociale”. Come nel caso egiziano, le elezioni tunisine hanno portato alla ribalta gli islamisti, tanto i sedicenti moderati di Ennhada quanto gli irriducibili salafiti, le cui posizioni minacciano da mesi la società più aperta del mondo arabo.
Da quando, dopo le elezioni dell'ottobre 2011, il partito confessionale di Rached Gannouchi è al potere, le associazioni temono che il Paese possa improvvisamente ritornare al passato e che venga attaccato uno dei capisaldi della Tunisia post coloniale, il Majallat al-Ahwal al-Shakhsiyah, il codice civile del 13 agosto 1957, che abolisce la poligamia e istituisce il divorzio e il matrimonio civile, premessa culturale al diritto di voto attivo e passivo ottenuto dalle donne tre anni dopo. Un testo di legge che ha aperto la strada a una serie di conquiste e riconoscimenti importanti per il genere femminile. La paura è che in futuro migliaia di cittadine finiscano per avere un ruolo solo in funzione della dipendenza da padri, fratelli o mariti. La nuova Costituzione dovrà essere approvata dal Parlamento in seduta plenaria. Servono i voti dei due terzi dei membri della costituente, ma è già chiaro che molte deputate non la voteranno. La bozza sarà discussa a ottobre: dovrebbe essere adottata dall’Assemblea Nazionale Costituente ed eventualmente votata il prossimo aprile, a ridosso delle elezioni. E' il momento delle decisioni. L'augurio è che si possa trovare un'armonia politica che permetta a tutte le donne di mantenere il ruolo in prima fila che si sono conquistate anche durante la rivoluzione”profumata”.


Giovanna Cirino
 


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