Dalla luna un’umanità indivisa, sulla terra un mondo che si arma. La lettura di Pepe Moral Jiménez, figura storica della sinistra spagnola
Di Pepe Moral Jiménez Il 7 aprile, a più di 400.000 chilometri di distanza, il pilota di Artemis II, Victor Glover, descriveva la Terra come “un’oasi fragile”, “un salvagente nell’immensità dello spazio”. Da lassù —diceva— non ci sono frontiere. Né blocchi. Né nemici. Solo una sfera vulnerabile condivisa da tutti. Quello stesso giorno, il presidente statunitense Donald Trump avvertiva il mondo che “un’intera civiltà potrebbe morire stanotte”, nell’ultimo episodio di un’escalation distruttiva e retorica rivolta contro l’Iran. Due discorsi simultanei. Due modi di guardare lo stesso pianeta: uno che lo riconosce come casa comune e un altro che lo trasforma in bersaglio. Non è una contraddizione minore, ma il sintomo di un’epoca. Mentre l’esplorazione spaziale ci costringe a pensarci come specie, la politica internazionale dominante insiste nell’organizzarci come nemici. Mentre la tecnologia consente di ampliare l’orizzonte umano, il potere delle élite la utilizza per perfezionare la distruzione. Non c’è paradosso: c’è una coerenza interna. Lo stesso sistema che finanzia la conquista della luna sostiene l’economia della guerra sulla terra. Sappiamo già che la guerra non è un incidente, ma un business. Un commercio lucrativo che ha bisogno di qualcosa in più delle armi: ha bisogno di narrazione, di paura e di un’opinione pubblica disposta ad accettare che il conflitto permanente sia inevitabile. Ed è qui che entra in gioco un’architettura di potere sempre più visibile: l’alleanza tra industria militare, corporazioni tecnologiche e grandi mezzi di comunicazione. Non è una semplice teoria, è una vera e propria struttura. Il cosiddetto Complesso Militare-Industriale-Mediatico opera come un sistema integrato, soprattutto negli Stati Uniti. L’industria della difesa non si limita a produrre armamenti: finanzia indirettamente i grandi conglomerati mediatici attraverso pubblicità, sponsorizzazioni e reti di influenza. Allo stesso tempo, la Silicon Valley —epicentro globale delle imprese di innovazione e alta tecnologia più influenti del mondo— ha smesso di essere un attore neutrale per diventare un fornitore strategico di infrastrutture militari. Aziende come Palantir lavorano con dati di guerra. Microsoft e Amazon gestiscono sistemi critici del Pentagono e dell’intelligence. Google e Meta sviluppano algoritmi che servono tanto a vendere pubblicità quanto a identificare obiettivi o sorvegliare popolazioni. Il confine tra tecnologia civile e militare è scomparso quasi senza dibattito pubblico.
Foto: “Hello, World”, la terra fotografata dalla missione Artemis II (NASA, 2026)
Al centro di questa rete ci sono i grandi fondi di investimento —BlackRock, Vanguard e State Street— che partecipano simultaneamente in aziende di armamenti, tecnologiche e mediatiche. In altre parole, gli stessi interessi finanziari attraversano la produzione di armi, le infrastrutture digitali e la costruzione del racconto informativo. Il risultato non è una cospirazione, ma qualcosa di più inquietante: una normalità, in cui i conflitti vengono sempre spiegati secondo la logica della minaccia. E in cui l’aumento della spesa militare appare come una necessità tecnica, non come una scelta politica. Gli esperti che analizzano le guerre in televisione provengono spesso dalle stesse strutture che ne traggono beneficio. Le “porte girevoli” non sono un’anomalia, ma parte del meccanismo. Generali in pensione che commentano i conflitti su reti come CNN o BBC mentre consigliano aziende della difesa. Think tank (laboratori di idee) finanziati da appaltatori militari che producono rapporti poi utilizzati come fonte primaria dai giornalisti. Un circuito chiuso in cui l’informazione non viene inventata, ma orientata. L’Europa applica la stessa logica, anche se la gestisce con codici diversi. Qui il legame tra industria della difesa e potere politico è più esplicito. Aziende come Airbus, Rheinmetall o Leonardo sono profondamente legate ai rispettivi Stati, che promuovono il riarmo con l’argomento dell’autonomia strategica. Il discorso è noto: più spesa militare equivale a più sicurezza e più crescita economica. Ma anche nel Mediterraneo il racconto ha bisogno di amplificatori. In Francia, Dassault Aviation —produttore dei caccia Rafale— è legata al gruppo proprietario di Le Figaro. In Spagna, Indra Sistemas ha connessioni con il gruppo Prisa, editore di El País e della Cadena SER. In Italia, il modello assume una forma quasi strutturale: il gruppo Leonardo, con forte partecipazione statale, convive con conglomerati mediatici legati a grandi famiglie industriali. Non si tratta di censura diretta. Si tratta di qualcosa di più efficace: un quadro mentale condiviso. L’investimento nella difesa viene presentato come sinonimo di innovazione, occupazione e modernizzazione. Il dibattito etico scompare. La guerra diventa una questione tecnica, quasi amministrativa. E qualsiasi critica viene relegata nel campo dell’ingenuo o dell’irresponsabile.
A tutto questo si aggiunge un elemento chiave: la produzione di legittimità.
Forum, congressi, pubblicazioni specializzate ed esperti ricorrenti —ex militari o ex ministri— che, attraverso le “porte girevoli”, riempiono informativi e talk show. Molti di questi spazi sono finanziati dalle stesse corporazioni del settore. Non impongono discorsi in modo esplicito, ma delimitano il campo del pensabile. E questo basta per egemonizzare il “senso comune”. Nell’asse Grecia-Turchia, questa dinamica si combina con il nazionalismo. Il governo di Recep Tayyip Erdoğan ha promosso aziende come Baykar, produttrice di droni utilizzati in diversi conflitti, in una relazione stretta tra potere politico, industria e narrazione dell’orgoglio nazionale. In questo caso, la guerra non solo si giustifica: si celebra come dimostrazione di capacità.
Tutto combacia.
Un sistema che ha bisogno dei conflitti per sostenere la propria redditività. Un ecosistema mediatico che li rende inevitabili. Un’infrastruttura tecnologica che li rende più efficienti. E una cittadinanza esposta a un flusso costante di informazioni e a un uso sistematico di eufemismi che normalizzano l’eccezione. Nel frattempo, dalla luna, la terra continua a essere ciò che è sempre stata: una sfera fragile senza confini visibili. Ma qui sotto continuiamo a tracciarli con precisione chirurgica. Continuiamo ad aver bisogno di dividere per governare, classificare per intervenire, segnalare per distruggere. E lo facciamo con strumenti sempre più sofisticati e con narrazioni sempre più raffinate. Forse il problema non è la distanza da cui guardiamo il mondo, ma gli interessi che decidono come dobbiamo vederlo. Perché il vero salto tecnologico forse non consiste nel viaggiare più lontano, ma nel cambiare lo sguardo. E questo —a differenza dei razzi— non sembra essere all’ordine del giorno.