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Dalla Francia all’Italia, dalla Spagna al Belgio, le proteste raccontano un disagio sociale crescente. Tra precarietà, disuguaglianze e sfiducia nelle istituzioni, l’Europa è chiamata a ripensare il rapporto con i propri cittadini.

C’è un’Europa che manifesta e un’Europa che sembra non ascoltare. Da Parigi a Milano, da Bruxelles a Madrid, le piazze raccontano un malessere che attraversa confini, generazioni e condizioni sociali. Cambiano le rivendicazioni, ma alla base delle proteste emerge una domanda comune. Quale futuro può offrire una società che rende sempre più difficile studiare, lavorare, trovare una casa e costruire una vita autonoma?
Le mobilitazioni che attraversano diversi Paesi europei hanno origini differenti, ma restituiscono l’immagine di un continente segnato da tensioni sociali sempre più evidenti. In Francia le contestazioni contro le politiche di austerità si intrecciano con le difficoltà economiche delle famiglie. In Spagna l’emergenza abitativa mobilita soprattutto i giovani, mentre in Belgio le proteste riguardano le riforme economiche e la tutela del lavoro. In Italia, salari, precarietà, diritto allo studio e crescente insicurezza economica alimentano un malcontento che fatica a trovare risposte.
Non è soltanto una questione di reddito. È la percezione che l’impegno individuale non basti più a garantire un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Studiare non assicura un’occupazione stabile, lavorare non significa necessariamente potersi permettere una casa e l’indipendenza economica arriva sempre più tardi.
Le piazze diventano così il luogo in cui si esprime una frustrazione che spesso non trova rappresentanza nei tradizionali canali della politica. Una distanza crescente tra cittadini e istituzioni che interroga la stessa tenuta delle democrazie europee.
Gli episodi di violenza che hanno accompagnato alcune manifestazioni richiedono una condanna netta. Ma sarebbe un errore ridurre quanto sta accadendo a una questione di ordine pubblico. La sicurezza è un dovere dello Stato, così come comprendere le ragioni del disagio è una responsabilità della politica. Reprimere i comportamenti violenti senza affrontare le cause delle tensioni rischia di lasciare irrisolto il problema.
Per decenni l’Europa ha costruito la propria identità sulla promessa di progresso, mobilità sociale e tutela dei diritti. Oggi quella promessa appare meno credibile agli occhi di una generazione che, pur disponendo spesso di livelli di istruzione elevati, incontra ostacoli crescenti nell’accesso al lavoro, all’abitazione e ai servizi essenziali.
Una contraddizione che non si ferma ai confini dell’Unione europea, ma attraversa l’intero Mediterraneo. Disoccupazione giovanile, disuguaglianze economiche e difficoltà di partecipazione sociale e politica interessano, con caratteristiche differenti, entrambe le sponde, rendendo sempre più necessario un confronto capace di tradursi in opportunità concrete.

Le manifestazioni giovanili in Europa riportano al centro del dibattito pubblico il diritto allo studio, il lavoro e le disuguaglianze sociali. Foto ANSA.

È in questo scenario che assume particolare significato il ruolo del COPPEM, Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo dei Poteri Locali e Regionali, impegnato a rafforzare il dialogo e la cooperazione tra le istituzioni territoriali del Mediterraneo.
Le città e le regioni rappresentano il livello istituzionale più vicino ai bisogni dei cittadini. È nei territori che la precarietà diventa difficoltà quotidiana, che la crisi abitativa ostacola l’autonomia dei giovani e che le disuguaglianze limitano l’accesso alle opportunità. Ed è proprio da qui che possono nascere risposte concrete attraverso politiche per la formazione, l’occupazione, l’inclusione sociale e la partecipazione democratica.
Il partenariato euromediterraneo può contribuire a questo percorso favorendo lo scambio di esperienze tra amministrazioni, la collaborazione tra comunità e la costruzione di progetti condivisi. Perché la cooperazione non può esaurirsi nel dialogo istituzionale, ma deve produrre risultati riconoscibili nella vita delle persone.
L’Europa è oggi chiamata ad affrontare sfide economiche e geopolitiche decisive. Ma la sua credibilità non dipenderà soltanto dalla capacità di rafforzare il proprio ruolo internazionale. Si misurerà anche nella possibilità di ricostruire fiducia, ridurre le disuguaglianze e restituire ai cittadini la consapevolezza di essere parte di un progetto comune.
Le manifestazioni che attraversano il continente, al di là delle differenti rivendicazioni e degli episodi di violenza, rappresentano un segnale politico che non può essere ignorato.
Perché se le piazze continuano a riempirsi, la domanda non è soltanto come garantire l’ordine pubblico, ma perché tanti cittadini sentano il bisogno di scendere in strada per essere ascoltati.
Può l’Europa immaginare il proprio futuro senza ascoltare la generazione che dovrebbe costruirlo?