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Un’analisi di Milena Gentile, presidente dell’Associazione EMILY, sull’ipocrisia istituzionale, la fragilità del sistema di prevenzione e l’urgenza di una classe dirigente consapevole

Per individuare le possibili strategie di contrasto alla violenza di genere non si può prescindere dall’agire contestualmente su diversi livelli di intervento. Occorre delineare un cambio di passo del sistema di contrasto nel suo insieme e, nel contempo, affrontare la “questione maschile” destrutturandone le radici culturali che affondano in stereotipate aspettative e rappresentazioni delle relazioni affettive, sociali e di potere.
Da tempo i centri antiviolenza e le associazioni femminili e femministe ripetono che la violenza di genere in Italia è un fenomeno strutturale, ciò nonostante si continua ad agire come fosse un’emergenza. Il risultato della stratificazione di interventi legislativi emergenziali è l’attuale quadro normativo italiano che è stato definito un “arcipelago”.
La Commissione di Inchiesta sul Femminicidio del Senato ha suggerito una riforma complessiva della normativa con approccio integrato e multidisciplinare, come previsto dalla Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel lontano 2013. Tuttavia, non abbiamo mai approvato una legge organica, come quella spagnola, che includa in modo sistemico tutte le misure necessarie. Dalla prevenzione culturale, che passa dall’educazione all’affettività, alla sessualità e dal sostegno alla genitorialità, fino alla formazione specialistica di chi opera nel sistema di presa in carico della vittima e nel sistema giudiziario per arrivare ai profili penali e al trattamento psicologico degli uomini maltrattanti.
Per affrontare efficacemente un fenomeno così complesso la politica non può permettersi più di agire in modo frammentario e altalenante inseguendo le impennate emotive dell’opinione pubblica generate dai fatti di cronaca. È troppo semplicistico, oltre che rassicurante, invocare la forca davanti ai casi più efferati di femminicidio mentre accettiamo come “normali” i mortificanti divari di genere che bloccano la nostra società in tutti gli ambiti, a partire dal lavoro e dall’economia per arrivare alle strutture di potere e ai ruoli apicali delle istituzioni, come segnalano gli indicatori internazionali.

Milena Gentile, Presidente dell’Associazione EMILY per la promozione delle donne nella cultura, nella società e nella politica

Non possiamo più tollerare l’ipocrisia di chi si dichiara strenuo difensore delle donne violate o uccise ma poi si gira da un’altra parte davanti al dato allarmante del lavoro femminile, in modo particolare al Sud, che è tra i più bassi d’Europa. E se c’è da tagliare qualche misura dei fondi del PNRR, si predilige tagliare nidi, infrastrutture territoriali e rigenerazione urbana delle periferie, com’è avvenuto nella recente revisione. Come se questi interventi non avessero un’intima correlazione con la scarsa autonomia economica di tante donne e quindi con la loro difficoltà ad affrancarsi da un marito violento da cui dipendono economicamente. Il sistema maschilista, pur di autoperpetuarsi, non guarda neppure alla convenienza economica: se le donne lavorassero in percentuali paritarie rispetto al lavoro maschile, il nostro Paese guadagnerebbe 7 punti di Pil, come calcolato dalla Banca d’Italia. Così come non è un dato da paese civile che in Italia solo il 38% delle donne ha un conto corrente intestato personalmente. Un obiettivo da sempre primario per l’associazione EMILY è il riequilibrio di genere negli organismi elettivi e di nomina politica, in cui le donne sono sottorappresentate, in modo particolare in Sicilia, dove la percentuale di presenza femminile in Assemblea Regionale non riesce a superare il 15%. A dispetto dei dati, tuttavia, si registra una strenua resistenza nell’ammettere che la sottorappresentanza politica delle donne è l’altra faccia della medaglia dei femminicidi, in quanto generata dallo stesso squilibrio di potere tra i generi e dalla medesima volontà di controllo sulle donne. Non è un caso, quindi, che il Parlamento siciliano si ostini a non approvare la doppia preferenza di genere nella legge elettorale regionale, nonostante la pressione esercitata dalle nostre associazioni, facendo calare un impenetrabile silenzio e una colpevole inerzia sui disegni di legge da anni depositati e mai prelevati per il voto. Basare il contrasto alla violenza di genere sull’inasprimento delle pene non riuscirà mai a fermare il costante e preoccupante incremento della violenza sulle donne che si registra da oltre un decennio tra i giovani. Soprattutto se continuiamo a veicolare alle nuove generazioni il messaggio che una donna può arrivare a ricoprire ruoli apicali solo se dietro ha un uomo che lo consente.
Se prima i corsi di formazione EMILY intendevano offrire alle donne gli strumenti per confrontarsi con il mondo della politica prevalentemente maschile senza perdere la propria personalità e le proprie caratteristiche, acquistando certezza della spendibilità pubblica delle proprie competenze umane, culturali e sociali, oggi ci sembra altrettanto urgente rivolgerci a entrambi i generi perché in questo momento il malato grave è la relazione. Non a caso EMILY, attraverso la formazione nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro, ma anche con il corso di formazione politica che sta per cominciare, invita a riflettere su quali strumenti di conoscenza e di azione servano per decostruire le dinamiche sottese alla violenza di genere, a partire dall’introspezione e dall’approccio alla genitorialità, esplorando le potenzialità del sistema educativo fino ad arrivare alle relazioni intime e alle dinamiche politiche. Occorrono consapevolezze nuove anche per promuovere nei partiti e nelle istituzioni una classe dirigente all’altezza delle sfide sociali di questo tempo, che almeno provi a dare risposte adeguate.
Premesso, quindi, che la prevenzione è l’arma in assoluto più efficace, se guardiamo al sistema di sostegno alla vittima, il lavoro in rete tra diverse istituzioni pubbliche e del privato sociale si è rivelato da sempre fondamentale. Il contrasto alla violenza sulle donne richiede un impegno collettivo e coordinato. Le reti di supporto tra centri antiviolenza, servizi sociali, scuole, forze dell’ordine, ospedali e comunità sono fondamentali per garantire che le vittime ricevano prontamente l’aiuto di cui hanno bisogno e per promuovere una cultura del rispetto e della parità. Sono essenziali anche per assicurare che le donne vittime di violenza non si sentano sole. Spesso, la solitudine e l’isolamento sono tra i principali ostacoli che impediscono alle vittime di chiedere aiuto. Un sistema integrato dovrebbe fornire un accesso immediato alle risorse e ai servizi, facilitando il percorso di uscita dalla violenza. Ad esempio, un centro antiviolenza dovrebbe poter contare su un consistente numero di assistenti sociali, medici e psicologi in carico ai presìdi pubblici con cui interagire. Ma qui ci spostiamo sul fronte della sanità pubblica, dove assistiamo da anni al progressivo smantellamento dei presìdi territoriali e dei consultori, che garantivano informazione, prevenzione e assistenza alle donne e alle madri, soprattutto nei quartieri culturalmente depressi. In questi giorni l’ARS si accinge ad approvare una sorta di riforma sanitaria di iniziativa governativa che non prevede l’inserimento dei consultori nelle Case di Comunità che finalmente si dovrebbero istituire nei quartieri. Non raccoglie neppure la protesta delle associazioni che da anni chiedono di garantire nell’assunzione di ginecologi una soglia minima per ogni struttura che assicuri il rispetto della L. 194/78, considerato che in Sicilia l’84% di ginecologi si dichiara obiettore di coscienza.
Alla fine torniamo sempre alla qualità della classe dirigente che governa che è responsabile dell’efficacia e del successo della rete antiviolenza, semplicemente decidendo quante risorse umane e finanziarie investirvi. Purtroppo, molto spesso assistiamo all’approvazione di leggi finanziarie in cui prevale la necessità di assicurarsi il consenso con le prebende, disperdendo in mille rivoli risorse che potrebbero essere stanziate per strutturare in modo permanente e stabile la rete di contrasto e prevenzione. Al contrario, questo sistema si regge su bandi a progetto, quindi su risorse a singhiozzo che non possono garantire la continuità del servizio. Una ricaduta gravissima di questo approccio non strutturato e instabile è la sfiducia delle vittime nella capacità delle istituzioni di esercitare adeguatamente la loro tutela. Non è un caso che gli episodi di violenza denunciati costituiscono appena il 30%, tutto il resto è sommerso.
Non possiamo sorprenderci, quindi, del numero vergognoso di femminicidi che rappresenta solo la punta estrema di un fenomeno che non riusciamo a scalfire perché sinora la scelta di mettere in campo tutti gli antidoti necessari non è stata mai una priorità nell’agenda politica dei governi.