Formazione e occupazione sulle due sponde del Mediterraneo
Un giovane che conclude gli studi in Sicilia e uno che si diploma in Tunisia possono trovarsi davanti allo stesso problema. Hanno investito anni nella propria formazione, ma non sanno dove potranno mettere a frutto ciò che hanno imparato. Le condizioni economiche e sociali sono diverse, così come le opportunità offerte dai rispettivi Paesi. Eppure, su entrambe le sponde del Mediterraneo, il passaggio dalla scuola al lavoro è diventato uno dei momenti più difficili nella vita delle nuove generazioni.
Non si tratta soltanto di trovare un’occupazione, ma di trovarne una che permetta di vivere dignitosamente, acquisire autonomia e immaginare il proprio futuro senza dipendere a lungo dalla famiglia o accettare condizioni sempre più precarie.
Da anni discutiamo della distanza tra formazione e mercato del lavoro. Le imprese lamentano la difficoltà di reperire alcune competenze, mentre molti giovani, anche laureati, faticano a trovare un impiego coerente con il proprio percorso. Una contraddizione che rivela quanto sia ancora fragile il rapporto tra sistema educativo ed economia reale.
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni responsabilità alla scuola o all’università. In molti territori mediterranei pesano soprattutto la debolezza del tessuto produttivo, la scarsità degli investimenti e la difficoltà di creare occupazione stabile. Anche la migliore formazione rischia di essere insufficiente quando mancano le condizioni per trasformare le competenze in lavoro.
La questione assume particolare rilievo nei rapporti tra Europa e Nord Africa. Sulle due sponde esistono esigenze che potrebbero incontrarsi. Alcuni settori produttivi europei cercano lavoratori qualificati, mentre molti Paesi nordafricani dispongono di una popolazione giovane che chiede formazione e opportunità. Sarebbe tuttavia un errore immaginare la cooperazione come un semplice strumento per preparare lavoratori destinati a trasferirsi dove esiste maggiore domanda.
Una cooperazione equilibrata deve produrre benefici anche nei territori di origine. Formare un tecnico, un ingegnere o un operatore specializzato rappresenta un investimento per l’intera comunità. Se quella competenza può essere utilizzata soltanto altrove, il territorio perde una parte delle proprie possibilità di sviluppo.
Occorre dunque superare una concezione della formazione subordinata alle richieste immediate del mercato. Servono percorsi costruiti insieme da istituzioni educative, imprese e amministrazioni pubbliche, capaci di interpretare le trasformazioni economiche e valorizzare le caratteristiche dei territori.
Tarsila do Amaral, Operários, 1933. La pluralità dei volti racconta la dimensione universale del lavoro, tra dignità, identità e disuguaglianze sociali.
L’innovazione tecnologica, le energie rinnovabili, la gestione delle risorse idriche, l’agroalimentare e la tutela del patrimonio culturale sono ambiti nei quali il Mediterraneo possiede competenze e potenzialità da mettere in relazione.
Pensiamo alla transizione energetica. Non basta annunciare investimenti nelle rinnovabili. Occorre preparare le persone che dovranno progettare, installare e mantenere gli impianti, organizzare le filiere produttive e sviluppare i servizi collegati. Lo stesso vale per la gestione dell’acqua, questione sempre più urgente per numerose comunità mediterranee. Una formazione legata a bisogni concreti può creare occupazione e contribuire alla soluzione dei problemi del territorio.
In questo processo gli enti locali hanno un ruolo importante, spesso sottovalutato. Comuni e amministrazioni regionali conoscono le difficoltà delle famiglie, le aspettative dei giovani e le esigenze delle attività economiche. Possono favorire l’incontro tra scuole, centri di formazione e imprese, sostenere tirocini realmente formativi e individuare i settori sui quali investire.
È una prospettiva che riguarda direttamente il COPPEM, il Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo dei Poteri Locali e Regionali. La cooperazione tra amministrazioni delle due sponde può favorire lo scambio di esperienze, costruire rapporti tra territori e promuovere iniziative comuni. Non perché un Comune possa risolvere da solo il problema della disoccupazione giovanile, ma perché molte politiche diventano efficaci soltanto quando rispondono alle esigenze delle comunità.
Un accordo tra istituzioni acquista significato concreto quando permette a studenti e giovani professionisti di svolgere esperienze formative riconosciute, alle imprese di collaborare con i centri di ricerca e alle amministrazioni di sviluppare competenze utili ai propri servizi. Altrimenti rischia di restare una dichiarazione di intenti, senza conseguenze reali nella vita delle persone.
Non possiamo inoltre trascurare le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità. Chi vive lontano dai principali centri urbani, chi proviene da famiglie con risorse economiche limitate e, in molti contesti, le giovani donne incontrano ostacoli ulteriori. Parlare di competenze senza affrontare queste differenze significa lasciare indietro proprio chi avrebbe maggiore bisogno di sostegno.
La qualità della formazione va quindi misurata anche dalla sua accessibilità. Borse di studio, trasporti, servizi, orientamento e strumenti di conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari possono determinare la possibilità concreta di studiare e costruire un percorso professionale.
La mobilità tra i Paesi mediterranei resta una risorsa preziosa. Studiare o lavorare all’estero permette di acquisire conoscenze e costruire relazioni. Ma dovrebbe esistere anche la possibilità di tornare, mantenere legami professionali con il proprio territorio e contribuire al suo sviluppo. Non possiamo considerare un successo formativo soltanto il numero di giovani che trovano lavoro fuori dal proprio Paese.
La sfida è costruire un rapporto più stretto tra ciò che i giovani imparano e ciò che le società mediterranee sono in grado di offrire. Non possiamo chiedere a una generazione di continuare a formarsi, aggiornarsi e adattarsi se poi non siamo capaci di creare condizioni economiche nelle quali quelle capacità trovino riconoscimento.
Europa e Nord Africa hanno interesse a collaborare su questo terreno, non per inseguire una generica idea di integrazione, ma per affrontare problemi che incidono direttamente sulla stabilità economica e sociale delle rispettive comunità.
Il lavoro è il punto nel quale la formazione incontra la dignità personale. Ed è anche il punto nel quale i giovani misurano la credibilità delle istituzioni. Se vogliamo che il Mediterraneo diventi uno spazio di cooperazione e sviluppo, dobbiamo cominciare da qui, dalla possibilità concreta, per chi cresce sulle sue sponde, di trasformare ciò che sa fare in una vita che possa scegliere.