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Giovani, lavoro e opportunità sulle due sponde del Mediterraneo

C’è una contraddizione che attraversa il Mediterraneo e che, più di altre, dovrebbe preoccuparci. Abbiamo una generazione di giovani che studia, si forma, conosce le lingue, guarda al mondo con una curiosità e una preparazione spesso superiori a quelle delle generazioni precedenti. Eppure, per molti di loro, trovare un lavoro dignitoso, raggiungere un’indipendenza economica o semplicemente immaginare il proprio futuro nella terra in cui sono nati è diventato estremamente difficile.
Non è una questione che riguarda soltanto i Paesi del Nord Africa, dove la pressione demografica e le difficoltà dei sistemi economici rendono particolarmente complesso l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Riguarda anche l’altra sponda, quella europea, e investe direttamente il nostro Mezzogiorno. La Sicilia, da questo punto di vista, rappresenta un esempio significativo. Continuiamo a formare giovani che troppo spesso finiscono per mettere le proprie competenze al servizio di altri territori. E non perché manchi loro il legame con la propria terra, ma perché quel legame, da solo, non basta a garantire una prospettiva di vita.
Sarebbe però sbagliato leggere queste realtà come problemi separati. La disoccupazione di un giovane tunisino, le difficoltà di un laureato egiziano e la partenza di un ragazzo siciliano non sono situazioni identiche. Nascono da condizioni economiche, sociali e politiche differenti. Ma raccontano tutte, sia pure in forme diverse, la difficoltà dei nostri Paesi a riconoscere nel capitale umano una priorità effettiva.
Da anni discutiamo del Mediterraneo soprattutto quando si verificano crisi internazionali, quando aumentano le tensioni tra gli Stati o quando la questione migratoria torna al centro del confronto politico. È comprensibile che questi problemi richiedano attenzione. Meno comprensibile è che si continui a dedicare uno spazio insufficiente alle condizioni che contribuiscono a determinarli.
Che cosa può aspettarsi dal futuro un giovane che ha studiato per anni e non trova un’occupazione? Quale fiducia può nutrire nelle istituzioni se le possibilità di affermarsi dipendono più dal luogo in cui è nato che dalle sue capacità? E quale stabilità possiamo immaginare per il Mediterraneo se una parte così importante delle nuove generazioni cresce nella convinzione di dover cercare necessariamente altrove ciò che il proprio Paese non riesce a offrirle?
Sono domande che non possono essere liquidate con qualche programma di formazione o con iniziative destinate a esaurirsi nel giro di pochi mesi.
Il problema è politico, prima ancora che economico. Riguarda le priorità che scegliamo di darci e il modo in cui immaginiamo le relazioni tra i Paesi mediterranei.
L’Europa, per esempio, non può continuare a considerare la sponda meridionale quasi esclusivamente attraverso le questioni della sicurezza, dell’energia e del controllo dei flussi migratori. Sono aspetti importanti, ma non possono costituire l’intero orizzonte di una politica mediterranea. Allo stesso modo, i Paesi del Nord Africa hanno bisogno di affrontare i limiti dei propri sistemi produttivi, le difficoltà di accesso al lavoro e la distanza che ancora separa, in molti casi, l’istruzione dalle reali esigenze dell’economia.
Credo che proprio il lavoro giovanile possa rappresentare uno dei terreni sui quali ricostruire una collaborazione più concreta tra le due sponde.

Fotografia di Danilo Iurato, tratta dal libro Uscita di sicurezza. La Sicilia in sogno dal treno. © Danilo Iurato. Riproduzione riservata.

Non penso a un generico richiamo alla cooperazione, del quale abbiamo ascoltato fin troppe volte le stesse formulazioni. Penso alla possibilità di mettere in relazione università, imprese, amministrazioni locali e istituzioni formative, individuando settori nei quali esistano esigenze comuni e possibilità effettive di sviluppo.
Ci sono ambiti, dall’energia alle tecnologie digitali, dall’agroalimentare all’economia marittima, nei quali una collaborazione più stretta potrebbe favorire nuove attività e nuove professionalità. Ma occorre smettere di ragionare come se bastasse individuare un settore promettente perché automaticamente si creino posti di lavoro. Senza investimenti, senza una formazione adeguata e senza condizioni favorevoli all’iniziativa economica, anche le migliori potenzialità restano sulla carta.
È qui che entra in gioco una questione alla quale, per l’esperienza maturata nel COPPEM, attribuisco particolare importanza: il ruolo delle città e delle regioni.
Quando si parla di politica mediterranea, l’attenzione si concentra quasi sempre sui governi nazionali e sulle grandi istituzioni internazionali. È naturale che sia così. Ma non possiamo dimenticare che le conseguenze delle scelte economiche e politiche si manifestano nei territori. È lì che si misura la disoccupazione, che si avverte la mancanza di servizi, che si decide di aprire un’impresa oppure di partire.
I sindaci e gli amministratori locali conoscono queste difficoltà perché le incontrano quotidianamente. Naturalmente non dispongono degli strumenti necessari per risolverle da soli. Possono però contribuire a individuare soluzioni, mettere in relazione esperienze differenti e favorire collaborazioni che spesso risultano più difficili quando vengono affidate esclusivamente ai rapporti tra gli Stati.
Il COPPEM nasce proprio dalla convinzione che il partenariato euromediterraneo non possa prescindere dal coinvolgimento dei poteri locali e regionali. Una convinzione che considero ancora attuale e che, di fronte alle difficoltà delle nuove generazioni, acquista un significato ulteriore.
Immaginiamo, per esempio, che alcune città della Sicilia e del Nord Africa decidano di lavorare insieme su percorsi di formazione professionale collegati alle esigenze delle imprese dei rispettivi territori. Oppure che amministrazioni locali, università e associazioni imprenditoriali collaborino per accompagnare giovani laureati nella creazione di nuove attività. Non sarebbero interventi capaci, da soli, di risolvere la disoccupazione giovanile. Ma rappresenterebbero un modo concreto di affrontare problemi comuni, verificando nel tempo ciò che funziona e ciò che deve essere corretto.
In questo ragionamento la Sicilia ha una responsabilità particolare.
Per troppo tempo ci siamo accontentati di ripetere che la nostra isola occupa una posizione strategica nel Mediterraneo. È vero dal punto di vista geografico, ma la geografia non garantisce alcun ruolo politico o economico. La centralità bisogna conquistarla, dimostrando di saper costruire rapporti, attrarre investimenti e offrire occasioni di crescita.
Non possiamo aspirare a essere un punto di riferimento per il Mediterraneo se non siamo capaci, innanzitutto, di affrontare le difficoltà dei nostri giovani. E non possiamo pensare di farlo restando chiusi entro i confini regionali, quando molte delle trasformazioni che interessano il lavoro e l’economia hanno ormai una dimensione internazionale.
La Sicilia dovrebbe guardare con maggiore attenzione ai Paesi della sponda meridionale, non soltanto come interlocutori commerciali, ma come realtà con le quali sviluppare collaborazioni nel campo della ricerca, della formazione e dell’innovazione. Le nostre università, le imprese e le amministrazioni locali potrebbero avere un ruolo ben più significativo di quello esercitato finora, a condizione che questa prospettiva diventi parte di una strategia continuativa e non si esaurisca in iniziative occasionali.
C’è infine un aspetto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Quando parliamo dei giovani, abbiamo spesso l’abitudine di considerarli destinatari delle decisioni degli adulti. Elaboriamo programmi, definiamo interventi, discutiamo delle loro difficoltà. Molto più raramente li coinvolgiamo nella scelta delle soluzioni.
È un errore che dovremmo correggere. Non soltanto per una questione di rappresentanza, ma perché le nuove generazioni possiedono conoscenze, sensibilità ed esperienze che possono aiutare a comprendere meglio le trasformazioni in corso.
Se vogliamo che il Mediterraneo diventi una regione nella quale sia possibile costruire il proprio futuro, dobbiamo cominciare a riconoscere ai giovani anche la responsabilità di contribuire a determinarlo.
La proposta che ritengo necessario avanzare è quella di promuovere un impegno comune delle autonomie locali e regionali del Mediterraneo sul lavoro e sulla formazione giovanile, partendo da un numero limitato di progetti concreti, sostenuti dalle istituzioni e costruiti insieme alle università e alle imprese. Non un’altra dichiarazione di intenti, ma collaborazioni delle quali sia possibile verificare i risultati.
Non sarà una strada semplice. Le differenze economiche tra i Paesi sono profonde, le risorse non sono illimitate e le tensioni politiche continuano a pesare sulle relazioni internazionali. Ma proprio per questo occorre individuare obiettivi sui quali sia possibile lavorare insieme, senza pretendere di risolvere contemporaneamente tutte le questioni aperte.
Il Mediterraneo non ha bisogno di altre promesse rivolte ai giovani. Ha bisogno di scelte che consentano loro di non dover considerare la partenza come l’unica possibilità di realizzare le proprie aspirazioni.
Perché il problema non è soltanto quanti giovani lasceranno le nostre città nei prossimi anni. È capire che cosa resterà di quelle città se continueremo a lasciarli andare.