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Verso il 21 settembre, Giornata Internazionale della Pace tra Gaza, Ucraina e Mediterraneo

In un tempo attraversato da guerre e genocidi, parlare di pace sembra quasi un anacronismo. Eppure, proprio per questo, la Giornata Internazionale della Pace, che si celebra ogni anno il 21 settembre su iniziativa delle Nazioni Unite, acquista oggi un significato ancora più urgente: non è un rito formale, ma un richiamo vitale per i popoli del Mediterraneo e per l’intera comunità internazionale.
Le guerre che oggi scuotono il pianeta, dal conflitto in Ucraina, che continua a destabilizzare l’Europa e i rapporti con la Russia, fino alla tragedia di Gaza, che interroga la coscienza dell’intera comunità internazionale, mostrano quanto la pace sia fragile e quanto sia necessario rafforzare i canali del dialogo.
In questo scenario, anche la vicenda della flottiglia diretta verso Gaza assume un valore simbolico fortissimo. Si tratta di un’iniziativa che nasce dal basso, dalla società civile internazionale, come reazione all’inerzia dei governi e delle istituzioni che, pur condannando a parole, non riescono a fermare il massacro. La flottiglia rappresenta la volontà di rompere il silenzio e di denunciare, davanti all’opinione pubblica mondiale, la sofferenza di un popolo che chiede dignità, giustizia e pace. È un gesto di solidarietà che dimostra come cittadini e associazioni possano diventare voce della coscienza collettiva quando i governi esitano o restano immobili.
In questo contesto, emerge con chiarezza come il semplice riconoscimento formale dello Stato palestinese non possa essere considerato una soluzione reale. Parlare oggi di “due Stati” rischia di ridursi a uno slogan vuoto, utilizzato da governi e partiti europei per legittimare la propria immagine, senza affrontare le radici del conflitto. La priorità assoluta, invece, è fermare il genocidio in corso: servono azioni concrete, come la sospensione di rapporti economici e diplomatici con Israele o l’applicazione di misure internazionali incisive, sul modello di quanto fatto contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. La pace non può essere un artificio retorico: deve essere una scelta politica e civile capace di produrre conseguenze reali.
Il genocidio in Palestina ha inoltre smascherato la vera natura del bipartitismo europeo: socialdemocratici, liberali e popolari mostrano oggi di non avere differenze sostanziali e di non rappresentare una reale opposizione. Le maschere ideologiche sono cadute, e ogni partito si mostra per ciò che è, parte integrante di un sistema che non mette in discussione le proprie logiche strutturali. L’opposizione autentica non viene più dai partiti, ma dalle società civili che si mobilitano, come dimostra la flottiglia per Gaza, animata da cittadini che rischiano la vita senza alcun sostegno dei governi. Questa è la contraddizione più evidente del nostro tempo: i governi restano fermi o complici, mentre la gente comune dà l’esempio di solidarietà e resistenza.

È qui che il COPPEM ribadisce il proprio ruolo: dare spazio ai governi locali, ai sindaci, alle associazioni, perché la pace si costruisce dal basso, attraverso la cooperazione tra città e popoli che condividono lo stesso mare. In questa prospettiva, il COPPEM ha promosso negli anni numerose iniziative per la pace e il dialogo: campagne per la parità di genere e i diritti delle donne, progetti di educazione alla cittadinanza e al Mediterraneo rivolti ai giovani, attività culturali e musicali che uniscono le due sponde, fino alla partecipazione attiva nei processi di cooperazione tra amministrazioni locali, università e società civile. Particolare attenzione è stata riservata al dialogo interreligioso, inteso come strumento fondamentale per costruire ponti tra comunità diverse e superare diffidenze e radicalismi.
In questo impegno si inserisce anche l’APLA, Associazione delle Autorità Locali Palestinesi, fondata a Gerusalemme nel 1997 e membro del COPPEM. L’APLA rappresenta tutte le municipalità palestinesi, difendendone i diritti e migliorando i servizi ai cittadini. Promuove il dialogo e la cooperazione con le comunità municipali internazionali, svolge attività di rappresentanza e pressione istituzionale presso gli organismi centrali, legislativi e le aziende di servizi, e sostiene lo sviluppo delle capacità delle autorità locali attraverso lo scambio di esperienze e conoscenze.
In occasione dell’International Day to Protect Education from Attack (9 settembre), la voce di Nadine Nakhleh  ha ricordato come in Palestina l’istruzione sia costantemente sotto attacco: scuole ridotte in macerie, zaini riempiti di polvere invece che di libri, bambini che scompaiono prima ancora della ricreazione. Non è solo un’aggressione all’educazione, ma al diritto stesso dei palestinesi di immaginare un futuro.
I dati diffusi dall’APLA parlano con chiarezza: in Cisgiordania sono stati uccisi 35 studenti universitari e 108 scolari, oltre 970 feriti e quasi 800 arresti. A Gaza il bilancio è ancora più tragico, con oltre 1.270 studenti universitari e 17.000 scolari uccisi, più di 28.000 feriti. Tra il personale educativo si contano centinaia di morti e migliaia di feriti sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza.
Questi numeri non sono semplici statistiche, sono vite spezzate, futuri negati, comunità ferite. Il grafico allegato non vuole spiegare, ma ricordare, piangere e accusare, ogni studente o insegnante colpito è una ferita inferta alla speranza di un intero popolo.
Il Mediterraneo, che da sempre è luogo di incontro e di scambio, oggi rischia di diventare simbolo di divisione e conflitto. Ma può invece trasformarsi in laboratorio di pace e sviluppo sostenibile, se si investe in educazione, nel ruolo delle donne, nelle opportunità per i giovani e in un dialogo interculturale che abbatta i muri dell’incomprensione. Per questo il 21 settembre non deve essere un rituale, ma un atto politico e civile: ribadire che la pace non è assenza di guerra, ma giustizia sociale, diritti, educazione, dignità. I governi devono assumersi la responsabilità di scelte concrete, non limitarsi a dichiarazioni di facciata. Di fronte al genocidio in corso a Gaza, la loro inerzia pesa come complicità, continuare rapporti economici e diplomatici senza prendere misure efficaci significa voltare le spalle al diritto internazionale e alla dignità umana. La pace richiede coraggio politico, decisioni che fermino i massacri e aprano prospettive reali di convivenza.
Il COPPEM, con la sua rete euro-mediterranea, rinnova oggi questa missione: dare voce ai territori per un futuro di cooperazione e convivenza, in un mondo che ha urgente bisogno di pace.

Foto: Aerei da guerra israeliani distruggono una torre residenziale nella città di Gaza, l’8 settembre 2025 [Mahmoud Issa/Reuters]