Ungheria, democrazia a rischio

Ungheria, democrazia a rischio

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di Giovanna Cirino
 

Era il primo maggio 2004 quando l'Unione europea si “allargava” passando da quindici a venticinque stati membri. Nuovi scenari ed equilibri geo-politici si profilavano all'orizzonte ed un vento di ottimismo e speranza soffiava sul Vecchio continente. Per i nove paesi dell'Europa orientale che avevano aderito, l’allargamento non significava solo l’unificazione della Regione e la creazione di un grande mercato, ma rappresentava una risposta democratica alle ferite del passato che ancora bruciavano dopo la caduta del comunismo: diritti umani, equità sociale, libertà d'espressione, ripresa economica. In poche parole la costruzione di una comunità coesa e giusta.

A distanza di nove anni invece, Thomas Hammarberg, commissario per i diritti dell'Uomo del Consiglio d'Europa, ha dichiarato con preoccupazione che «la democrazia è in pericolo in Ungheria» ed ha inviato una lettera al ministro degli Esteri magiaro, invitandolo a rivedere le modifiche costituzionali volute dal premier Victor Orbàn ed approvate a stragrande maggioranza dal Parlamento, lo Orszaghàz,  (265 sì, 11 no e 33 astensioni), lo scorso marzo. Le recenti riforme costituzionali infatti, sono coercitive della libertà di coscienza, non tengono conto dei principi essenziali dei diritti umani, sono discriminanti e intolleranti in materia di asilo e migrazione, mettono in serio pericolo la libertà di espressione e di culto, oltre che l'indipendenza del potere giudiziario. Hammarberg ha indicato una serie di disposizioni non conformi alla Convenzione europea dei diritti umani, per esempio, l'indipendenza dei media del servizio pubblico, le nuove sanzioni nei loro confronti; il controllo dei contenuti delle notizie. «Questa carenza – conclude il Commissario – porta l'Ungheria fuori dal sistema democratico, che comporta l'efficienza di istituzioni che costituiscano freni e contrappesi al potere esecutivo». Recentemente Marton Gyongyosi, membro del partito antisemita di estrema destra “Jobbik”, ha affermato che «sarebbe l'ora di stilare una lista degli ebrei presenti in Ungheria, soprattutto di quelli presenti in parlamento e nel governo, che possono rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale». La dichiarazione ha ovviamente provocato lo sdegno della comunità internazionale (con una nota inusuale congiunta firmata dai vertici dell'Unione, il presidente della Commissione europea, José Manuel Durao Barroso ed il segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland) e le proteste di migliaia di ungheresi, scesi in piazza a manifestare contro il governo. Rigurgiti di antigiudaismo, sostanziale controllo dei mezzi radiotelevisivi, delle università, della banca centrale e anche dei più prestigiosi teatri del paese; stretta sulla legge elettorale, Corte costituzionale sostanzialmente esautorata (non può esaminare cambiamenti sui contenuti della Carta, ma solo dal punto di vista formale), sono alcuni dei punti salienti del governo di Victor Orbàn, alla guida dell'Ungheria dal 2010, quando ha preso il potere cavalcando l'onda della crisi economica. Le modifiche autoritarie alla Costituzione, imposte dal suo partito, la “Fidesz”, sono gravi, stravolgono i principi dello Stato di diritto: in pratica introducono la liceità di limitazioni della libertà d'espressione; trasformano i laureati in prigionieri del paese, con divieto d'espatrio per dieci anni; criminalizzano i senzatetto se dormono in strada, e soprattutto, distruggono il principio costitutivo di ogni democrazia e del mondo libero, la separazione tra i poteri e i sistemi di “checks and balances”. Un “golpe bianco” – come è stato più volte definito – che vieta i dibattiti elettorali su radio e tv private; che impedisce alle coppie non sposate, senza figli o omosessuali di essere definite “famiglia”, privandole degli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli; il vecchio partito comunista è definito “organizzazione criminale”, permettendo perciò di processare politicamente gli oppositori con pretesti costituzionali. Durissimi i giudizi, non solo della Ue, di Washington, dei media di tutto l'Occidente libero, ma anche dei costituzionalisti ungheresi. Come Gyoergy Kollàth, secondo cui «questa Costituzione distrugge la separazione dei poteri e la collaborazione reciproca e in spirito di fiducia tra gli organi costituzionali, e al tempo stesso è un ripudio da parte ungherese dei valori europei che avevamo accettato liberamente dopo la fine del comunismo nel 1989». Intanto l'economia è in recessione, la situazione del mercato del lavoro, specie per i giovani è insieme a quella greca la peggiore in tutta Europa ed è crollato il fiorino, ne occorrono 303 per un euro, la peggior quotazione da anni anni.

A Budapest, sul Danubio nel cuore d'Europa, tramonta dunque la libertà, muoiono i valori liberali e democratici ed esplode un duro conflitto tra il governo nazional-populista e l'amministrazione degli Stati Uniti e dell'Unione europea. «E' assurdo pretendere di farci accettare ordini dall'estero – hanno detto i responsabili del partito di Orbàn, le modifiche costituzionali sono solo "tecniche" o piccole correzioni. Nessuno speri in una marcia indietro». Cosa può fare L'Unione europea? Potrebbe fare di più, ma non molto. I governi devono essere rovesciati dall'interno, tocca agli ungheresi ribellarsi a “Viktator”, come è stato soprannominato il premier populista ed euroscettico. Dopo la rivoluzione del 1956, repressa con violenza dalle truppe sovietiche, i cittadini hanno una seconda opportunità per difendere i loro diritti civili, lottare per la propria libertà e respingere lo spettro neonazista. Al momento si registra  che circa 500mila ungheresi hanno abbandonato il Paese, è la parte più qualificata della società: professionisti, medici, operai specializzati, neo-laureati. Le mete preferite sono la Germania, l'Austria e Londra. L'esodo, che riguarda il 12% della popolazione, rischia di creare tra l'altro un buco nelle entrate fiscali.

 
 


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