Tunisia: la rivoluzione incompiuta

Tunisia: la rivoluzione incompiuta

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di Giovanna Cirino
Un venerdì nero quello che vive oggi la Tunisia dopo l’uccisione di Chokri Belaid, leader laico dell’opposizione di sinistra, freddato sotto casa a Tunisi, con quattro colpi di pistola a distanza ravvicinata. Lutto nazionale e funerali in forma solenne nel distretto di Jelloud Djebel, dove più di 3mila persone hanno reso omaggio al feretro del segretario del partito dei patrioti democratici, che sarà sepolto nel cimitero di El Jellaz. La salma di Belaid, attivista per i diritti umani, avvolta nella bandiera, è stata portata a bordo di un camion scoperto dell’Esercito, una scelta di grande valore simbolico che gli sancisce il rango di “martire”.
Il principale sindacato dei lavoratori, l’Ugtt (Union Generale Tunisienne du Travail), con circa mezzo milione di iscritti, ha organizzato in segno di protesta uno sciopero generale ed ha chiesto a tutti, manifestanti e forze dell’ordine, di “mantenere alto lo spirito civile e di seguire il corteo pacificamente”. Ma il rischio che la situazione degeneri è altissimo: la capitale è blindata: ieri è stata attaccata una stazione di polizia ed è morto un agente di 46 anni; le università e le scuole sono chiuse, annullati tutti i voli da e per la Tunisia; numerosi incidenti e saccheggi si sono verificati nelle città di Ksar Helal, Gafsa e di Moknine, oltre ai violenti disordini a Sfax, culminati con l’assalto al governatorato e l’arresto di circa 200 persone. 
Messi in discussione i risultati della rivoluzione dei “gelsomini” che non ha realizzato una politica moderna e quel percorso dialettico richiesto, il Paese sprofonda ora, nel caos e nella paura, mentre le opposizioni hanno annunciato le dimissioni di massa dall’Assemblea costituente. Il premier Hamadi Jebali, che ha definito l’attentato “un atto di terrorismo”, ha proposto di sciogliere l’attuale governo e creare un esecutivo tecnico di unità nazionale; contrario però, Ennhada, il partito islamico di maggioranza, guidato da Rached Gannouchi, che ha respintol’iniziativa. La Tunisia si trova sull’orlo di una pericolosa crisi istituzionale che coinvolge le derive islamiste: sono in molti infatti a pensare, che esista “un’agenda politica segreta salafita” che ha come obiettivo la guerra all’Occidente e la regressione sociale e culturale della nazione. 
Chi è il mandante di questo delitto politico? Difficile dare una risposta, sono in molti ad avere interesse a far perdere il controllo, a volere le piazze “infuocate” per rendere ingovernabile la Tunisia. Secondo Bassma, moglie di Belaid, il colpevole morale è Rached Gannouchi, reo di voler islamizzare i costumi, ma nella lista dei sospettati, oltre alla frangia dei salafiti jihadisti (esistono anche i salafiti non violenti), possono essere aggiunti i seguaci di Ben Alì. Di certo a scontrarsi in questo momento sono le due anime della Tunisia, quella laica e moderna opposta a quella islamista conservatrice. 
 

 


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