Generazione «né-né»

Generazione «né-né»

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di Giovanna Cirino

Non studiano e non lavorano. Al momento, sono più di 14 milioni, i giovani fuori dal mondo dell'occupazione, dell’istruzione e della formazione. Hanno tra i 15 e i 35 anni: disillusi, rassegnati, senza impegni, privi di progetti. Un fenomeno mondiale in continua crescita, favorito da una crisi globale economica e di valori. Gli spagnoli li chiamano “generación ni-ni”: ni estudia ni trabaja, mentre gli anglosassoni usano il termine “NEET”, acronimo di Not in Education, employment or Training.

Superati i tempi della “gioventù bruciata”, della generazione X e di quella a “mille euro”,  i “né-né” vivono senza prospettive professionali, bloccati dall'incertezza del futuro, impossibilitati a formare una famiglia propria (vivono con i genitori). Quei pochi fortunati che riescono ad uscire da casa lo fanno grazie all’aiuto offerto dalla famiglia e spesso lasciano non solo il nido ma il loro Paese. Rinunciatari, in preda a una «devastazione lavorativa», senza prospettive, scoraggiati e demotivati, sono stati definiti (non senza critiche) “generazioni a perdere”:  «Lo studio? tempo perso, non mi apre le porte al futuro. Il lavoro? Non lo cerco perché tanto non lo trovo». Se poi passa il modello dei reality (basta andare in tv per guadagnare) vince il concetto che per riuscire nella vita non serve impegnarsi e fare sacrifici. La ricetta è semplice: essere belli, furbi e sfruttare le occasioni giuste. Ma quali sono? La realtà è che attualmente le opportunità mancano e la maggior parte di loro vive in modo «inattivo convinto», aspettando che la fortuna bussi alla porta.

I risultati del recente rapporto Eurofound (organismo dell’Unione europea specializzato nella consulenza sui temi del lavoro e delle condizioni di vita) rivelano un tasso di disoccupazione giovanile devastante, pari quasi al 30% e segnalano con drammaticità l’urgenza di un intervento da parte di governi ed enti locali a sostegno di politiche giovanili che creino prospettive di lavoro in un periodo di vincoli di bilancio. Con il tasso di disoccupazione ai massimi storici nell’Unione, la ricerca comparativa di Eurofound – presentanta a Nicosia, il 22 ottobre scorso, durante la “Conferenza della Presidenza Ue per le Priorità dell’Occupazione” –  mostra chiaramente che la perdita economica per la comunità nell’escludere i NEET è stimata intorno ai 153 miliardi di euro (un costo pari all’1,2% del Pil Ue), oltre ai costi incalcolabili del loro disimpegno nella societàin generale: L’attuale generazione di giovani europei è la prima ad essere cresciuta in un’area pacifica, in gran parte priva di frontiere, dove è possibile muoversi liberamente, lavorare e apprendere con maggiore facilità rispetto al passato. Sulla carta dunque tutto facile. Ma le cose vanno diversamente. Difficile definirla una generazione di “nati stanchi” ed altrettanto improbabile pensare che siano nati nel momento sbagliato. Errato è stato invece sottovalutare la crisi economica. Miope non accorgersi dell’abbandono precoce degli studi (14%, 1 studente su 6). Il mercato del lavoro tace, i contratti (quando ci sono) si firmano a tempo determinato, si è precari per definizione, anzi per generazione. La gravità della situazione è oggi, sotto gli occhi di tutti; tocca alle classi dirigenti aiutare la fascia più debole della società a disinnescare la bomba dell’appiattimento culturale, dell’apatia, dell’emarginazione, che poi, ci spiegano i sociologi, porta ad atti estremi, all’intolleranza, alla non partecipazione alla vita pubblica, che invece ha bisogno proprio delle loro idee, delle loro passioni e della loro energia.

 


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