Ludovico Corrao: il sogno di rinascita del popolo siciliano e di dialogo nel Mediterraneo

Ludovico Corrao: il sogno di rinascita del popolo siciliano e di dialogo nel Mediterraneo

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Il cordoglio del Presidente  Raffaele Lombardo: <E’ stato ucciso un uomo buono che ha speso tutta la sua vita per l’amata Sicilia >.
 
Ludovico Corrao, intellettuale visionario, figura storica della vita politica siciliana ed italiana, è scomparso ieri all’età di 84 anni. Una morte violenta che lascia sgomenti e increduli, trovata a Gibellina nel suo “regno”, il Baglio Case di Stefano, sede della Fondazioni Orestiadi di cui era presidente e che rappresentava il “sogno” di rinascita culturale e civile dell’intera Sicilia. Alla fine degli anni ’50 era stato tra i promotori del “milazzismo”; attivista delle Acli, viene eletto nel 1955 all’Assemblea regionale siciliana nella lista della Dc. Nel 1963, entra per la prima volta alla Camera nelle fila del Pci, come indipendente di sinistra, poi nel 1968, è la volta del Senato. Corrao è stato un personaggio poliedrico e di spessore: affermato avvocato, ha difeso come legale di parte civile Franca Viola, prima donna in Sicilia a ribellarsi al matrimonio “riparatore”. Sindaco di Gibellina negli anni del post terremoto, è stato la “voce” della ricostruzione del Belìce invitando numerosi artisti da Pietro Consagra ad Alberto Burri a realizzare opere d’arte contemporanea per la nuova Gibellina. A metà degli anni ’70, “il senatore” resta vittima di un attentato intimidatorio: una carica di esplosivo viene piazzata davanti la sua abitazione sul Monte Bonifato, ad Alcamo, il paese di cui era originario. Un precursore d’eccellenza, un uomo singolare ed eccentrico, dall’intelligenza fresca e vivace. Ambasciatore di pace e dialogo, esperto di relazioni culturali nel bacino del Mediterraneo. In molti potrebbero ricordarlo: artisti, cittadini, architetti, poeti, drammaturghi, attori, registi ed amici. Ne parliamo con il poeta visivo Emilio Isgrò, testimone e coprotagonista di una storia culturale e umana senza precedenti. La storia delle Orestiadi. La storia di un’avventura e di un’utopia. La storia del Belice e dell’arte contemporanea in Sicilia. La storia di due uomini, Ludovico ed Emilio e della loro amicizia lunga trent’anni.
 
Maestro Isgrò, mi pare di ricordare che inizia tutto con una telefonata…
<Proprio così. Erano i primi anni Ottanta, una mattina Ludovico mi chiama da Roma comunicandomi il suo arrivo a Milano. Dopo pochi giorni mi trovavo con lui ad Alcamo e a Gibellina. Era un uomo che sposava le cause più nuove e difficili, lottava per far risorgere la città distrutta dal terremoto attraverso l’arte. Era riuscito a mettere in piedi un'operazione culturale e mediatica senza precedenti convocando Leonardo Sciascia e Carlo Levi, artisti e architetti, invitati a lavorare sul posto. Gli abitanti, si trovarono coinvolti in laboratori di pittura e scultura, in esperienze collettive e spettacoli teatrali. 
 
E’ stato Corrao a “costringerla” a diventare drammaturgo? 
<Liberò la mia vocazione teatrale, mi “obligò” a farla venire alla luce. Era un uomo sensibile, scopriva talenti, sosteneva artisti ed intellettuali ed era molto generoso con i giovani>.
 
Quali testi avete messo in scena prima dell’Orestea?
La prima opera è stata “Gibella del Martirio”, nel quindicesimo anniversario del sisma nel Belìce. Poi continuammo con “San Rocco legge la lista dei miracoli e degli ’orrori”, sino ad arrivare alla mia «trilogia siciliana» (composta da Agamènnuni, I Coèfuri e Villa Eumènidi). Inizialmente doveva essere rappresentata nel teatro greco di Segesta, ma, il presidente dell’INDA (l'Istituto Nazionale del Dramma Antico), Giusto Monaco, tergiversava; così venne messa in scena sulle macerie di Gibellina (la «prima parte» nel 1983, la seconda nel 1984, la terza nel 1985), accogliendo un pubblico da tutta Europa, con gli abitanti della città a far da coro.
 
Possiamo dire che l’Orestea darà vita alla “nouvelle vague siciliana”, di cui faranno parte artisti come Vincenzo Pirrotta ed Emma Dante. 
L'”Orestea” è stata un’esperienza indimenticabile, un tentativo rivoluzionario di promuovere le basi di una nuova drammaturgia siciliana, sconosciuta tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80. Non solo il «risveglio del Grande Meridione», come scrisse il Corriere della sera nel 1984, ma un’operazione profondamente innovativa che spezzava l’asse drammaturgico classica Pirandello-Beckett. Non so dire se abbiamo influenzato il lavoro di che è venuto dopo, in ogni foresta ogni albero ha la sua ragion d’essere>.
 
Che tipo di rapporto avevate con Corrao?
<Un bellissimo rapporto iniziale, sposammo la causa sino in fondo. C’era simbiosi completa e consapevolezza di quello che stavamo creando. In seguito il rapporto si diradò, per tornare più forte di recente>.
 
Che politico era? 
<Non si ritraeva dalla polemica se necessaria. Era un politico d’ispirazione periclea. Distribuiva i propri sogni e quelli degli altri. Ci lascia in eredità una Sicilia che può cambiare con la cultura che possiede, senza piangersi addosso e facendosi carico di tutto il Paese. Alla volgarità leghista rispondeva con il suo sapere. Ricordo di averlo fatto sorridere dicendogli che aveva iniziato come un acceso autonomista e ora gli toccava difendere l’Unità d’Italia>.
 
Come vuole ricordare Emilio Isgrò il senatore Corrao?
<Con una telefonata, così come è iniziata la nostra amicizia. Solo alcuni giorni fa abbiamo discusso di un nuovo progetto che avevamo in cantiere. Si è parlato anche della raccolta di tutte le mie opere teatrali, “L’Orestea di Gibellina e gli altri testi”, curata da Martina Treu per la casa editrice Le Lettere, una recente pubblicazione che lo avevo reso felice ed entusiasta del nostro riavvicinamento. Mi mancherà>.
 
Giovanna Cirino

 

 


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