“Var Ve Yok” la mostra antologica di Emilio Isgrò a Istanbul
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“Var Ve Yok” la mostra antologica di Emilio Isgrò a Istanbul

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Si inaugura sabato 4 settembre alle ore 18.00, presso la Taksim Sanat Galerisi di Instabul, la grande retrospettiva di Emilio Isgrò Var Ve Yok, che in turco significa “c’è e non c’è”. La mostra, a cura di Marco Bazzini, promossa dall’Università Aydin di Istanbul e dal Coppem (Comitato permanente per il partneriato euromediterraneo dei poteri locali e regionali), è organizzata dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato e ripercorre le tappe fondamentali dell’attività di Emilio Isgrò, artista, poeta e scrittore.  Considerato, insieme a Lucio Fontana e Piero Manzoni, tra gli innovatori del linguaggio artistico italiano del secondo dopoguerra, Emilio Isgrò è il padre indiscusso della cancellatura, un atto che ha iniziato a sperimentare dai primi anni Sessanta e che ancora oggi mantiene la stessa vivacità e audacia creativa.
Della cancellatura Isgrò dice: “Alle origini, probabilmente, essa non fu che un gesto: uno dei tanti gesti che gli artisti compivano un tempo per segnare di sé il percorso della vita e del mondo”. E continua: “Essa mi si è di fatto trasformata tra le mani anno per anno, minuto per minuto, piegandosi meglio di quanto volessi o sperassi al mio desiderio d’artista”.
È, infatti, il 1964 quando l’autore comincia a realizzare le prime opere intervenendo su testi, in particolare le pagine dei libri, coprendone manualmente grande parte. Le parole sono cancellate con un segno denso e dello scritto restano leggibili soltanto piccoli frammenti di frasi o un solo vocabolo. Nel tempo si applica alle carte geografiche, ai telex, al cinema, agli spartiti musicali, anticipa le espressioni più tipiche dell’arte concettuale, si declina in installazioni e, con il passaggio dal nero al bianco negli anni Ottanta, questo “segno proibitivamente popolare e pittoricamente inibitorio, scrive Marco Bazzini, arriva a risultati pittorici senza cedere alla pittura”.
Il cancellare è un gesto contraddittorio tra distruzione e ricostruzione. Le parole, e successivamente le immagini, non sono oltraggiate dalla cancellatura, ma attraverso questa restituiscono nuova linfa a un significante portatore di più significati: l’essenza primaria di ogni opera d’arte. La cancellatura è la lingua inconfondibile della sua ricerca artistica che oggi appare come una filosofia alternativa alla visione del mondo contemporaneo: spiega più cose di quanto non dica. 
L’ampiezza operativa concessa dalla cancellatura è tutte le volte sorprendente e può arrivare anche a cancellare un’intera mostra, come in questa occasione turca. Da qui anche il titolo Var ve yok, che in italiano suona come un “esserci e non esserci”.
Questa ambigua valenza, tra presenza e assenza, non è soltanto la radice del gesto di Isgrò, ancora una volta declinato diversamente nell’omonima opera presente in mostra, ma la ritroviamo anche in quel corpo vivo dell’arte come rappresentazione poetica in cui agiscono le dimensioni soggettive e oggettive. 
Isgrò, che in tutti questi anni è rimasto indipendente dal mondo dell’arte come soltanto i grandi protagonisti di un’epoca sanno fare, non ha esitato a negarsi quando, nel 1971, ha realizzato Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (opera in mostra) per poi ricomparire trentasette anni dopo con il Dichiaro di essere Emilio Isgrò, titolo della grande retrospettiva al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato nel 2008 e della grande cancellatura presente nella collezione dello stesso museo. 
Nella retrospettiva allestita presso la Taksim Sanat Galerisi sono affrontati e sviluppati molti capitoli e tematiche del suo percorso d’artista, dalle opere e installazioni storiche fino alla produzione più recente realizzata appositamente per questo spazio. Tra le opere storiche, oltre alle prime cancellature sui libri, sono presenti molti volumi dell’Enciclopedia Treccani (1970); Trittico della rivoluzione (1973); Chopin (1979) installazione-partitura per 15 pianoforti; Biografia di uno scarafaggio (1980); L’Ora italiana (1986) installazione per 20 elementi in Collezione Banca Intesa; Fosforo Phosphorus (2004); Weltanschauung (2007) in collezione del Centro Pecci; Fratelli d’Italia una parte gentilmente concessa dalla collezione del Credito Valtellinese (2009).
Tra i lavori realizzati per l’occasione spicca la grande tela Il sorriso di Atatürk e il nucleo di quattordici codici ottomani cancellati, opere che rendono omaggio al padre della Repubblica turca. Scrive a questo proposito l’artista: “Un tributo di venerazione e di rispetto a un ‘cancellatore’ glorioso che noi europei sentiamo come nostro, e tuttavia turco fino alle midolla, innamorato del proprio paese e, forse, anche delle sue contraddizioni”. E continua: “Anche un gesto controverso come la cancellazione integrale innesca di fatto un processo dialettico, e per ciò stesso vitale, tra l’essere e il non essere delle cose, tra la morte e la vita delle parole, e persino la lingua ottomana, un tempo annichilita, viene in qualche modo preservata e protetta dallo strato di colore che la occulta e la copre, fino a riemergere provvisoriamente non con il peso nostalgico di una tradizione per fortuna dissolta, bensì con il monito disarmante di Pasolini: ‘Solo la rivoluzione salva il passato’. Che è precisamente il messaggio di Atatürk: per salvaguardare il mondo (non soltanto l’Europa e la Turchia) è a volte necessario scuoterne le fondamenta”.
La mostra, che nell’allestimento ideato marca lo stretto legame che Isgrò ha avuto in tutti questi anni con l’universo del libro, ha come immagine guida Istanbul (2010), una grande carta della Turchia dove sono cancellati tutti i toponimi esclusa la grande città che ospita la mostra, un modo diverso per fermare l’immagine di questa sempre più importante nazione nella nostra memoria, nella nostra cultura.     
 
In occasione della mostra sarà edito un catalogo ampiamente illustrato con testi critici di Achille Bonito Oliva e Marco Bazzini. 
 

Biografia di Emilio Isgrò

Nato a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina nel 1937. Dopo l’esordio letterario con la raccolta di versi Fiere del Sud (Schwarz 1956), si trasferisce a Milano dove attualmente vive e lavora. Si dedica alla Poesia visiva, nel doppio ruolo di teorizzatore e artista. Nel 1964 inizia la produzione delle Cancellature, esposte in gallerie e musei italiani e stranieri. Nel 1966 si tiene a Padova la sua prima personale presso la Galleria 1 + 1 di Padova. Nei due anni successivi espone alla Galleria Apollinaire di Milano; espone poi presso la Galleria Schwarz nel 1971, a La Bertesca di Genova nel 1973 e nel 1974 presso lo Studio G7 di Bologna, da Lia Rumma a Napoli e alla Galleria Blu di Milano. Nel 1977 vince il primo premio alla Biennale di San Paolo. Nel 1985 realizza a Milano l’installazione multimediale La veglia di Bach, commissionatagli dal Teatro alla Scala per l’Anno Europeo della Musica, mentre nel 1998 il Seme d’arancia viene installato a Barcellona di Sicilia. Negli anni 1972, 1978, 1986, 1993 viene invitato alla Biennale di Venezia. Dona alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma la grande scultura Le Tavole della Legge ovvero La Bibbia di vetro, che resterà esposta al pubblico nella collezione permanente della Galleria. Di rilievo è anche la sua attività di scrittore e uomo di teatro, consolidatasi con L’Orestea di Gibellina (1983/84/85) e con alcuni romanzi e libri di poesia, tra cui L’avventurosa vita di Emilio Isgrò (Il Formichiere, 1975), Marta de Rogatiis Johnson (Feltrinelli, 1977), Polifemo (Mondadori, 1989), L’asta delle ceneri (Camunia, 1994), Oratorio dei ladri (Mondadori, 1996) e, infine, Brindisi all’amico infame (Aragno, 2003), finalista al premio Viareggio e vincitore del premio San Pellegrino.


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